













































































































Ben presto, nel corso della narrazione, affiora un sostrato di atrocità che le sequenze iniziali lasciano solo presagire. I tormenti che hanno segnato l’esistenza di Irena riemergono dal buio in cui lei sperava di averli ricacciati con tutto il loro carico di dolore. Lasciano lo spettatore interdetto, con il dubbio se un essere umano possa concepire atti di tale abiezione, quali quelli di cui è stata vittima la protagonista e che emergono dalle numerose sequenze in flashback. La sconosciuta racconta il triste destino di tante ragazze cui mani sporche di sangue strappano ogni speranza di riscatto. Ma non solo. Perché attraverso il personaggio della bambina malata, che deve imparare a risollevarsi dopo ogni caduta, si nasconde una metafora significativa: spesso bisogna conoscere il dolore del crollo per potersi poi rialzare.
Da taluni questo film di Giuseppe Tornatore (La leggenda del pianista sull’oceano e Nuovo cinema paradiso, vincitore nel 1988 dell’Oscar come miglior film straniero, valgano giusto come esempio) è stato considerato quasi un riempitivo, o un lungometraggio di transizione. Un’opera minore insomma, giunta a colmare un vuoto di sei anni di assenza dalle scene del cineasta siciliano (Malena è del 2000). In realtà, non sembra potersi condividere una simile riflessione. La sconosciuta è un’opera intensa, che sa coniugare l’arte cinematografica alla denuncia sociale. È intriso di violenza e disperazione ma riesce a lanciare soprattutto un messaggio di speranza. Resta da segnalare un cast di altissimo livello in cui spiccano Michele Placido, in versione di laido sfruttatore, e la protagonista Kseniya Rappoport, finora poco nota alle nostre latitudini.

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Regia: Christophe Gans
Con: Radha Mitchell, Laurie Holden, Sean Bean, Deborah Karah Hunger, Kim Coates, Tanya Allen