
Nel 1938, ma in parte pure ai giorni nostri, in India a soli otto anni si può essere condannate. Così Chuyia, ancora bambina, si trova reclusa in un austero ricovero per vedove destinate a un percorso di espiazione perenne. La piccola con il suo temperamento ilare e spensierato riuscirà a fare breccia in una prigione di sofferenza e dolore.
È bene partire dai titoli di testa e da quelli di coda, capaci di esprimere al meglio il senso e il valore, alto, del lungometraggio. “Una vedova deve soffrire fino alla morte”, recitano alcuni versetti delle tavole della legge della religione Indù, trascritti nelle sequenze iniziali. Mentre le ultime immagini ammoniscono: “Ci sono più di 34 milioni di vedove in India. Molte continuano a vivere in condizioni di degrado sociale, economico e culturale, come sancito duemila anni fa dai sacri testi di Manu”.
Water, pur rivelandosi un film suggestivo e affascinante, non è solo un prodotto cinematografico perché, per il tema trattato, assume pure la funzione di una testimonianza civile. La realizzazione della pellicola è costata alla regista Deepa Mehta scomuniche e attentati intimidatori. È il prezzo da pagare per aver raccontato una condizione di prostrazione ingiustificata e ingiustificabile. Quella di alcune donne che hanno perso il marito, quasi sempre sposato per imposizioni familiari, e condannate dalla religione Indù al castigo eterno.
Water è un’opera necessaria perché porta sullo schermo sto dimenticate di vite spezzate. Lo fa attraverso lo sguardo innocente di una bimba la cui infanzia è stata immolata sull’altare della tradizione.
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dal 30 maggio 2013
Anno: 2013
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