
Il ruolo di guastatore, con la missione di scalfire il dominio finora incontrastato esercitato da Avatar sugli schermi del nostro Paese, passa in queste ore da Paolo Virzì, autore del pregevole La prima cosa bella, uscito nelle sale la scorsa settimana, al più celebrato Gabriele Muccino con Baciami ancora.
È superfluo sottolineare come si annunci impari la sfida tra il colosso ultratecnologico di James Cameron, ormai prossimo a stracciare gli ultimi record al box office mondiale, e la pellicola sentimentale del quarantaduenne regista romano. L’attesa che si registra nei confronti del seguito de L’ultimo bacio, tuttavia, è indice di un interesse raro per un’opera italiana. Distribuito in 600 copie (alcune delle quali dotate di sottotitoli per i non udenti, operazione davvero meritoria), Baciami ancora torna a raccontare le storie degli antieroi borghesi de L’ultimo bacio, lungometraggio capace di raggranellare 16 milioni e di ispirare un remake statunitense diretto nel 2006 da Tony Goldwyn su una sceneggiatura di Paul Haggis (mostro sacro dell’Olimpo hollywoodiano, regista di Nella valle di Elah e artefice degli script di Million dollar baby e degli ultimi 007, solo per citare qualche titolo). “Il mio ritorno, dopo l’esperienza americana (vedi La ricerca della felicità e Sette anime, entrambi con Will Smith), nasce dall’urgenza personale che mi aveva portato a fare quel film e che è cresciuta dentro di me nell’arco di 10 anni”, ha sottolineato Muccino, per spiegare la genesi di Baciami ancora. E per attenuare, verrebbe da aggiungere, le prevedibili critiche dei tanti cinefili ‘duri e puri’ pronti a rimproveragli la scelta del sequel, che lo stesso regista aveva escluso con fermezza prima di iniziare le riprese di Ricordati di me (la sua quarta fatica).
Le ragioni commerciali e le aspettative di lusinghieri incassi, che pure saranno state ben ponderate dalla produzione, possono costituire un utile pretesto per chi voglia snobbare Baciami ancora, ma non certo una ragione valida per criticarlo a priori, come da alcuni si ascolta. Muccino, del resto, ha costantemente generato sentimenti forti nel pubblico, pronto ad amarlo od odiarlo ma quasi mai indifferente di fronte ai suoi film. Il cineasta capitolino, infatti, ha sempre attinto alla vita ‘vera’ per reperire il materiale su cui costruire il suo cinema, anche a costo di portare in scena, talvolta, qualche ovvietà di troppo.
Non posso non citare la bellissima musica di Jovanotti per questo film di Muccino
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