






Il Théâtre du Châtelet ha infatti invitato l'orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Rubato l'invito in questione, Filipov concepisce in quel momento la sua vendetta personale, riunisce i componenti della sua vecchia orchestra e decide di condurli al palcoscenico francese sotto mentite spoglie. In disarmo, invecchiati e vecchi dentro a causa della rinuncia coatta alla musica, i musicisti sapranno accettare la nuova chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti a forza, mettendo finalmente d'accordo passato e presente.
Con Train de vie Radu Mihaileanu riuscì ad “addolcire” la Shoa, circondandola di un'aura grottesca e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno di finti deportati e finti nazisti riusciva infine a varcare, come nel lieto fine di una favola, il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihaileanu, musicisti sottratti ingiustamente al palcoscenico e alla loro arte.
È un film importante perché racconta una storia ancora oggi poco nota: la condizione esistenziale degli ebrei vissuti per quarant'anni sotto il regime totalitario russo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell'onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese, o dai luoghi dove esercitavano la loro arte, con l'accusa di "atti antisovietici". Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana, o additati al mondo come parassiti, i protagonisti del film hanno appeso gli strumenti al chiodo per trent'anni, ripiegando su esistenze dimesse e mestieri umili: facchini, commessi, uomini delle pulizie, autisti di ambulanza, doppiatori di film porno. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l'occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo.
Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, che si fa musica nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell'emozionante epilogo. L'Andreï Filipov di Alexeï Guskov è quello che tecnicamente potremmo definire "fool", un'anima candida ma dotata, come lo Shlomo di Train de vie, di uno straordinario talento per l'affabulazione e la finzione, che conferma la predilezione del regista per l'impostura a fin di bene, contro i soprusi del Male.
Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un'amichevole sfida a cavallo delle note tra due etnie storicamente perseguitate (ebrei e zingari) così come nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, composto da due sezioni distinte che però formano un'unica unità emozionale.

Molto bello , colonna sonora stupenda
Regia: David MacKay
Con: Kyle MacLachlan, Peter Coyote, Amy Locane























