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Amabili resti
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Amabili resti
Il giudizio di Film-Review
Amabili resti
Dal 12 febbraio 2010
Norristown, Pennsylvania, la più classica delle cittadine di provincia americane. Qui, tra campi di grano e villette tutte uguali, vive la famiglia Salmon. Susan, la figlia più grande, è un'adolescente come tante altre, appassionata di fotografia e alle prese con i primi innamoramenti.

Il 6 dicembre del 1973, proprio dopo essere stata al primo appuntamento con il suo ragazzo, Ray, la giovane viene avvicinata dal signor Harvey, il loro vicino di casa. Questi è, almeno all'apparenza, un ometto pacifico, con la passione per le case di bambola. Una volta in casa, però, Harvey attira Susan in uno scantinato e la uccide brutalmente dopo averla violentata. L'anima di Susie resta intrappolata in una specie di Limbo, dal quale è capace di osservare e provare quanto accade alla sua famiglia e al suo assassino, che si appresta a colpire di nuovo.

Adattare per il cinema il romanzo di Alice Sebold, narrato in prima persona dalla stessa Susie e perennemente sospeso tra sogno e realtà, tra dramma e thriller, non era certo un'impresa facile. E Peter Jackson, pur dimostrandosi ancora più eclettico del previsto, stavolta non è riuscito a pieno nella missione. Amabili Resti è un film che pecca innanzitutto di eccessiva prolissità, ed “esplode” in un numero eccessivo di piste narrative. Partito dallo splatter d'autore (Bad Taste, Splatters), capace di cimentarsi con le suggestioni inquietanti di Creature del cielo (da cui Amabili Resti mutua alcuni stralci di immaginario), e sopravvissuto all'elefantiaca trilogia de Il Signore degli Anelli, Jackson sembra aver perso, almeno in parte, la capacità di dare coesione alle proprie storie (già King Kong conteneva quasi tre film diversi al suo interno, tutto sommato).

In Amabili Resti, sparita per ovvi motivi la voce narrante, il flusso di coscienza di Susan si scompone in una serie di storie e soggetti diversi. Il percorso interiore della protagonista, la sua crescita personale nonostante la morte (che è uno dei maggiori pregi del romanzo), ne viene per forza di cosa indebolito. Ne risulta un tipo di narrazione frammentaria, che cerca di fare in modo che ciascun personaggio abbia il suo momento di gloria o picco emotivo (la depressione della madre Rachel Weisz, il padre Mark Wahlberg che cade inesorabilmente nella paranoia, la comicità della nonna Susan Sarandon, la possessione dei compagni di scuola), ma allo stesso tempo non è capace di donare loro la necessaria profondità psicologica. E in questo modo il primo a soffrirne è il coinvolgimento emotivo dello spettatore. Il ricorso a qualche stereotipo di troppo, inoltre, dalla rappresentazione visiva del limbo in cui è prigioniera Susan alle più classiche metafore di tipo psicanalitico, finiscono per appesantire il senso di un doloroso ma inevitabile percorso collettivo, che conduca ad elaborare, e infine accettare, un lutto tanto terribile.

Dal punto di vista tecnico, però, il film è sostanzialmente inattaccabile. Costumi, scenografie, fotografia ed effetti speciali sono tutti ottimi. Così come di alto livello è la performance del cast nella sua interezza. Su tutti vanno segnalate però le interpretazioni della giovanissima Saoirse Ronan, brava e molto fedele al personaggio, di Susan Sarandon, perfetta nel ruolo della nonna alcolizzata (ma anche l'unica davvero capace di affrontare la perdita subita), ma soprattutto quella di Stanley Tucci. Il suo Signor Harvey è tra i personaggi quello maggiormente capace di suscitare emozioni, con quegli occhi di ghiaccio sotto la cui superficie si intravedono abissi di follia, e che ricordano un po' il Norman Bates di Psycho. Un Oscar, nel suo caso, non sarebbe affatto immeritato.

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