
La spiaggia e il mare di Ibiza costituiscono il mondo in cui è immersa Ana fin dalla sua nascita. Spirito libero e anticonformista, cresciuta in una grotta, la giovane riversa il suo temperamento passionale nell’arte, dipingendo quadri che poi vende ai turisti. Una donna in vacanza sull’isola resta stupita dall’innato talento della pittrice e la invita a trasferirsi nella comunità di artisti che ha riunito a Madrid sotto la sua egida. Da allora per Ana tutto cambia profondamente e nella sua memoria riemergono i ricordi di precedenti esistenze che lei stessa ha vissuto.
Non è una pellicola convenzionale quella diretta da Julio Medem, cinquantunenne cineasta di San Sebastián giunto alla suo sesto lungometraggio dopo una fruttuosa gavetta come autore di corti e documentari. Il regista basco si era segnalato nel 2001 nel nostro Paese (e non solo, dato il successo internazionale del film) con Lucia y el sexo, opera forse sopravvalutata ma che ha avuto il merito di consacrare definitivamente l’astro allora nascente di Paz Vega. Ritorna adesso sugli schermi italiani con Chaotic Ana, prodotto e distribuito in patria alla fine di agosto del 2007 e in concorso al Festival di Roma nello stesso anno, dove era stato accolto tra applausi convinti.
Chaotic Ana approda dunque alle nostre latitudini (così come pure in Francia) con un lungo e incomprensibile ritardo, avendo peregrinato per gli schermi di ogni dove. Si pensi che lo stesso Medem ha già presentato nel frattempo Room in Rome, la sua ultima fatica, in cui compare Enrico Lo Verso ma di cui non è prevista per ora l’uscita in Italia. Chaotic Ana appassiona per l’originalità dello spunto iniziale, la vitalità dei personaggi principali e la suggestione dei paesaggi (oltre alle città di Madrid e New York le riprese sono state effettuate a Ibiza e nelle isole Canarie). Il racconto si nutre di una sensualità ricercata eppure non costruita in maniera fredda e artefatta. Questo consapevole lasciare spazio al trionfo dei sensi talvolta si trasforma in un trasporto sessuale privo di sottintesi ma non volgare, come già avveniva in Lucia y el sexo del resto.
Molte sequenze hanno una capacità inconsueta di catturare l’attenzione e il merito di questa armonia complessiva va attribuito agli interpreti oltre che a Medem. Nel cast spicca anzitutto Manuela Vellés, tre anni fa al debutto, ma che ora sta riuscendo a farsi largo sulla scena cinematografica iberica. La giovane attrice (classe 1987) è perfetta nel rendere l’inquietudine e l’estro anarchico della ragazza che abbandona il suo piccolo atollo per raccogliere l’invito di una viaggiatrice sconosciuta a immergersi nel flusso creativo della metropoli. Per questo ruolo era stata corteggiata dalla produzione MarÃa Valverde, altro talento emergente del cinema spagnolo, da noi conosciuta per aver dato nel 2005 il volto a Melissa P. nell’omonimo film di Luca Guadagnino, e che è tuttora impegnata nel girare Tres metros sobre el cielo, remake latino del ben noto romanzo-tormentone di Federico Moccia. Il rifiuto della Valverde, dovuto a non meglio precisate incomprensioni con Medem, non ha certo inciso sul risultato finale, considerata la prova positiva della Vellés. Al fianco di quest’ultima compare Charlotte Rampling, nei panni della mecenate proveniente da Madrid, mentre le altre parti in vista sono affidate a giovani perlopiù poco noti al grande pubblico.
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