
Il regista di Memento, The prestige e The Dark Night scrive e dirige un thriller d’azione tutto giocato nelle menti dei protagonisti, nei loro sogni. Un cast stellare, con un DiCaprio da premio Oscar, completa il quadro di uno dei più bei film visti nel 2010.
Dom Cobb è il migliore in assoluto. Nel suo campo non c’è nessuno che sia mai riuscito a eguagliarlo. È un mestiere particolare, quello di Cobb: si introduce nelle menti di altri uomini per carpirne i segreti. E lo fa penetrando nel profondo del subconscio, quando la mente è più vulnerabile, durante i sogni. La sua rara capacità ne ha fatto il predatore aziendale più ambito, un asso dello spionaggio industriale, ma anche la medaglia più brillante ha un risvolto opaco. A causa della sua attività, Cobb è un latitante internazionale, ed è solo, senza più il conforto della famiglia. Un potente miliardario, Saito, gli offre la possibilità di redenzione. Un’ultima missione in cambio della libertà. Stavolta, però, sarà tutto diverso: bisognerà introdurre un’idea nella mente di un altro giovane miliardario, Robert Fischer Jr., erede dell’impero economico di suo padre e rivale di Saito. Cobb accetta e assembla una squadra, un dream team di collaboratori fidati: Arthur, suo braccio destro, il manovratore, Eames, il falsario, Yusuf, il chimico. E c’è una nuova adepta, Arianna, una giovane brillante architetto, prodigiosa nel creare spazi virtuali che Miles, il suocero di Cobb, gli ha raccomandato.
Due lustri di desk
La leggenda narra – in realtà è lui stesso a dirlo ma, visto la sontuosità della pellicola, dare una spruzzata d’epico ci sembrava il minimo – che Chris Nolan, regista/sceneggiatore/produttore di Inception, ci abbia messo dieci anni per terminare lo script del film. Non che negli ultimi due lustri il buon Chris abbia fatto soltanto questo, ovviamente. A memoria celluloidea potremmo citare Memento, Insomnia, The prestige e i due Batman (Begins e Il cavaliere oscuro), mica pizza e fichi! In ogni caso, non facciamo fatica a immaginare Nolan scapigliato e chino sul desk, per lungo tempo, prima di trovare gli equilibri adatti a sostenere una sceneggiatura così articolata, sviluppata su almeno tre piani narrativi. “Circa dieci anni fa – racconta il regista – rimasi molto affascinato dal mondo dei sogni, dal rapporto nella nostra vita tra lo stato di veglia e i sogni. Ho sempre trovato interessante il paradosso che tutto ciò che è racchiuso in un sogno – paura, felicità o fantasia – venga prodotto dalla mente dell’uomo. E questo ci fa capire quanto sia incredibilmente straordinario il potenziale della nostra immaginazione. Così, ho iniziato a pensare di come ciò potesse essere applicato a un grande film d’azione con una dimensione umana”.
Mettiamo al bando gli psicanalisti
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