
Il valoroso Shinzaemon Shimada riceve l’ordine di porre fine alla vita, ed alla scalata al potere, del perfido nobiluomo Naritsugo. Attorno all’eroico samurai viene assemblato un gruppo di altrettanto coraggiosi guerrieri pronti a morire pur di portare a termine la missione. Ma, fra Shinzaemon e Naritsugo, si frappone la fedele guardia dell’esercito capeggiato da Hanbei. Ai tredici sicari non rimane che ingaggiare un’epica battaglia suicida considerata la vistosa inferiorità numerica. Riusciranno nell’impresa?
Sfoderate la spada – anzi le spade, visto che i samurai ne portavano due - e che il duello abbia inizio. O meglio, rimettete le armi a posto, perché la sfida sarà rimanere impassibili al cospetto del fascino asciutto di un maestro del cinema nipponico. Atmosfere rarefatte, cambi di passo, fotografia da manuale, un biglietto da pochi euro per un viaggio nel tempo. Eccolo, il Giappone feudale firmato da Miike Takashi.
Il nome così, di botto, non vi dice niente? Pensate un po’ a pellicole come The Call - Non rispondere, Zebraman, Sukiyaki Western Django, Gozu. Tornata la memoria? Bene, perché il breve tour di celluloide al cospetto di questo spezzone di Sol Levante è appena iniziato. Che poi, a pensarci bene, non è poi così difficile appassionarsi alle storie di samurai. Contengono tutta l’essenza di un popolo, per dirne una. Il profondo radicamento all’identità, alle suggestioni immaginifiche che si rispecchiano nella tradizione orale e scritta. Ma, a parte questa anima algida, c’è anche la verve scanzonata e creativa. Il gusto dell’innovazione. Anche se Miike Takashi, per ripercorrere i fasti del suo cinema d’antologia, si affida ad un remake (l’ultima volta era accaduto col capolavoro Graveyard of Honor del 2002) dell'omonimo film diretto nel lontano 1963 da Eiichi Kudo.
Entrambi riprendono la leggenda epica - sia occidentale che asiatica - del manipolo di eroi senza macchia e senza paura devoti ad una causa fino al supremo sacrificio. Guardando ancor più indietro, sullo stesso tema è impossibile non citare I sette samurai di Akira Kurosawa (1954) e il remake western I magnifici sette (1960). Tornando alla vicenda invece, attenzione, poiché dall’imprimatur dell’impresa fino alla tragica e inevitabile conclusione… ne scorre di acqua sotto i ponti. C’è tutta una trama, a tratti addirittura geometrica, da dover dipanare! Così, 13 Assassini propone una prima parte più lenta in cui si definiscono i profili dei protagonisti, soprattutto quelli “buoni”, e quindi una seconda molto più dinamica, vivace e spedita, dedita agli scontri, alla battaglia nuda e cruda con contorno di sangue e arti mozzati. In un misto che va da Bruce Lee ai western, passando per le lame affilate degli aristocratici samurai.
Non ci sono commenti.
Aggiungi un commento