
Arthur Bishop, è un ‘meccanico’ o, per meglio dire, un assassino addestrato a realizzare le missioni più difficili senza lasciare traccia o terrorizzando i nemici, a seconda della necessità. Per contattarlo la società segreta per cui presta servizio gli invia un messaggio criptato che, uno a volta decifrato, segna irrimediabilmente la morte del bersaglio. Tutto cambia, però, quando il sicario scopre che la sua prossima vittima sarà quello che era stato, fino ad allora, il suo mentore. Dopo averlo congedato dal mondo terreno, Bishop si imbatte infatti nel figlio del suo ex amico ormai defunto, ignaro di chi sia il killer del padre e deciso a divenire pure lui un ‘meccanico’, per realizzare la sua sete di vendetta.
Meglio non lasciarsi ingannare dall’uscita in piena estate, che penalizza oltremodo Professione assassino. Lanciata già lo scorso gennaio e poi approdata nei mesi successivi in circa venti Paesi diversi con un incasso non esaltante (di 36 milioni di dollari a fronte di un investimento di 40 necessario per produrla), la pellicola diretta da Simon West non è uno dei tanti ‘scarti di magazzino’ che ritrovano la strada verso il proiettore solo quando il mercato cinematografico alle nostre latitudini inizia a inaridirsi con i primi caldi. Anzi, chi è in cerca di un film di pura azione, senza impercettibili riferimenti a valori nobili, pretenziose letture sottotraccia o fronzoli di altro genere, non dovrebbe avere dubbi,in questo scorcio finale di agosto, e farebbe bene a dirigersi verso il botteghino per staccare il biglietto di un lungometraggio che ha in Jason Statham il suo mattatore e in Ben Foster una valida spalla.
Come premesso poco sopra, Professione assassino, remake dell’omonimo film del 1972 con Charles Bronson, è un lungometraggio che trova il suo elemento di forza e la sua maggiore criticità nello stesso elemento. Si tratta infatti di un’opera che non ricerca soluzioni originali, che non si nutre di quella contaminazione di generi sempre più in voga, ma che si ‘limita’ a perseguire un obiettivo che risulta evidente fin dalle prime, intense battute: quello di intrattenere lo spettatore per 90 minuti con un crescendo di tensione narrativa, battute ad affetto e sequenze ad alto impatto visivo. Come avviene, per esempio, nelle battute che danno il via al racconto, in cui il pubblico fa conoscenza con il metodo di lavoro di Arthur Bishop, il protagonista, portato in scena con la solita efficacia da Jason Statham.
Veterano del genere vista la sua ‘militanza’ in titoli come The expendables – I mercenari ( e nel suo seguito atteso per il 2012), la trilogia di Transporter e The bank job – La rapina perfetta (senza dimenticare gli irresistibili esordi fatti segnare Lock & stock – Pazzi scatenati e Snatch – Lo strappo, entrambi di Guy Ritchie), l’attore britannico ricorda altri celebri killer professionali e privi di scrupoli, come Tom Cruise visto in Collateral o Bruce Willis di The jackal. Statham dimostra di non aver nulla da invidiare ai suoi più titolati colleghi e porta in scena, con il suo corpo roccioso e il suo viso da duro per eccellenza, un sicario meglio noto come ‘meccanico’, con un riferimento alla risoluzione di particolari tipi di problemi la cui natura si coglie facilmente. Al suo fianco si segnala Ben Foster, trentenne promessa del cinema americano, apparso in diversi film apprezzati, come Alpha dog e, soprattutto, Oltre le regola – The messenger, ma ancora alla ricerca di un ruolo che lo consacri definitivamente.
Non ci sono commenti.
dal 30 maggio 2013
Anno: 2013
dal 30 maggio 2013
Anno: 2012
Aggiungi un commento