
C’è una chiesa abbandonata. Polvere, qualche panca, vetri rotti. Quando gli arredi vengono portati via da una ditta di traslochi, gli unici testimoni dell’evento sono un anziano parroco che ha trascorso gran parte della sua vita in quel luogo, ed un sacrestano dal fare pragmatico. Così, se il secondo accetta supinamente la morte dell’edificio di culto, il vecchio prete, invece, sembra non rassegnarsi all’idea. Sarà una piccola comunità di immigrati in cerca di un tetto sopra la testa a rivitalizzare la chiesa. Per la gioia, e con la partecipazione, del parroco.
Vade retro chiesa, anzi, chiese. Non le religioni, la spiritualità, il sentimento dell’altissimo dovunque esso alberghi, ma le chiese in quanto istituzioni, che siano esse ecumeniche oppure laiche, chiese in quanto lobby. Bando alle sovrastrutture dunque, per dar posto ai contenuti, in questo caso gli uomini. Riscoprire quindi le origini del cenacolo fra le persone, con gli ultimi in prima fila. D’altronde, la parola “chiesa” deriva dal temine greco “ecclesia”, ossia, semplicemente, comunità. Di cuori, non di orpelli.
Il maestro Ermanno Olmi, superati gli ottant’anni, regala un altro saggio di bravura. Forse non un capolavoro, ma un alfabeto di leggerezza ed insieme profondità di tematiche su cui soffermarsi. Il “mite” provocatore usa il linguaggio della poesia. I suoi sono come segnali a bassa frequenza, comprensibili forse non a tutti. Quasi come note sospese nell’aria, in attesa di venire riconosciute per quel che sono: arte. L’essenza della settima arte. Con Il villaggio di cartone, Olmi smentisce (per fortuna!) se stesso. Non nell’idea che ha del cinema, ci mancherebbe altro, bensì nei modi che voleva impiegare per fare cinema. Infatti, dopo i Centochiodi, aveva ripetuto che si sarebbe dedicato soltanto ai documentari, tralasciando la “fiction”. In molti pensano però che un brutto malanno – una caduta che lo ha relegato a lungo a letto - ed i tempi burrascosi che invadono la quotidianità italica, lo abbiano indotto a tornare sui suoi passi. In grande stile, da maestro. A modo suo, con vecchi “complici”.
Tipo un certo Rutger Hauer (ricordate per caso Blade Runner?) che con Olmi aveva lavorato in un film del calibro de La leggenda del santo bevitore vincitore a Venezia del Leone D’Oro nel 1988. Anche Il villaggio di cartone è legato alla Laguna. Dove, presentato fuori concorso, ha riscosso un incredibile successo di pubblico e di critica. Inoltre, il film, scritto con la collaborazione di due grandi amici come il saggista Claudio Magris e monsignor Gianfranco Ravasi (Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura) ha cavalcato una tematica rovente, fil rouge dell’ultima Mostra del Cinema (basti pensare a Crialese ed al suo Terraferma): quello degli immigrati. Una sorta di apologia del loro diritto alla vita, ad esistere, sopravvivere, con dignità, umanità, perché no, con un futuro. Come ogni pellicola del cineasta bergamasco anche questa, sebbene apparentemente sembri corrodere anarchicamente ogni ordine precostituito - e riguardo la vacuità della materialità di una certa chiesa lo fa - possiede al contempo una dirompente forza d’indagine. Nei confronti dell’accoglienza innanzitutto, della decadenza dei valori nel nostro Paese in particolare e nell’occidente cristianizzato in generale.
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