
Un tempo, Cheyenne, era una rockstar. Ora ha cinquant’anni e, sebbene sia finito nel dimenticatoio, continua a truccarsi, portare i capelli cotonati e vestire peggio. Vive a Dublino con la moglie Jane grazie ai diritti sulle sue vecchie canzoni, ma le giornate ormai sono tutte uguali. Quando però muore il padre, col quale non aveva più rapporti, inizia una sorta di caccia all’uomo. Scopre infatti che il genitore, ebreo deportato ad Auschwitz, aveva cercato invano uno dei suoi aguzzini. Toccherà a lui completare l’opera in giro per gli Usa…e trovare invece se stesso.
“Quando mi ha chiamato Sean Penn, pensavo fosse uno scherzo”. Paolo Sorrentino non ha peli sulla lingua. Neanche quando deve raccontare la genesi di un film che adesso, probabilmente, potrebbe concorrere agli Oscar. Uno, l’irriverente regista napoletano che col Divo, a Cannes, s’era fatto conoscere oltre confine, l’altro, la star mondiale che riceve una sceneggiatura e che richiama l’autore nel cuore della notte dopo sole ventiquattro ore. Dopo il duo formato da Gabriele Muccino e Will Smith, ecco la “strana coppia” italoamericana parte seconda. Uno scherzo insomma, oppure il soggetto per un film, magari per il futuro. Per il momento basta This Must Be The Place, prima opera del regista partenopeo in lingua inglese girato con maestranze esclusivamente italiche.
Un bel risultato non c’è che dire, e per lavorare con uno come Sean Penn (col suo caratteraccio poi…) potrebbe finanche darsi delle arie: e invece no, Sorrentino fa semplicemente quello che sa fare. Il cineasta intimista, creativo, con l’infinita passione per i personaggi unici. Quelli irripetibili, che vivono fluttuando e guardano gli altri da una postazione privilegiata. In fondo, la trama è solo un mezzo. Il viaggio on the road del protagonista soltanto una scusa. Avrebbe potuto benissimo girarlo dentro una stanza vuota, col due volte vincitore della statuetta più ambita a impadronirsi delle telecamere (come d’altra parte ha fatto!). Perché, abbandonando le sovrastrutture che pure colpiscono l’occhio dello spettatore pigro, sotto la superficie, c’è una miniera di contenuti. Di temi. C’è la ricerca del proprio io e la fuoriuscita personale dagli steccati che ogni giorno ci autoimponiamo. C’è il mostro della depressione, il senso delle cose, la necessità fisiologica di saper individuare sempre nuovi obiettivi ontologici. Ma si ritrovano pure tracce di un sentimento che nell’ultimo decennio, per ovvie cause storiche, “è stato molto americano” ha ammesso l’attore di Santa Monica in conferenza stampa.
Poi, c’è Sean Penn, e abbiamo detto tutto. In questi casi si utilizza una formula convenzionale ma calzante: “interpretazione monumentale”. Solo soletto, il buon Sean si è messo la scena sulle spalle ed ha condotto le danze. Istrionico, nevrotico, tenero, a tratti disperato. Porta il make-up dovuto al personaggio con una dimestichezza sbalorditiva: se i Cure l’avessero saputo prima, gli avrebbero chiesto di entrare nella band! Uscito a mani vuote dal sessantaquattresimo Festival di Cannes, This Must Be The Place entrerà nelle sale degli States a dicembre, giusto in tempo per l’eleggibilità agli Academy Awards, e dunque al fotofinish per la corsa agli Oscar.
ma come si fa a vedere il film?
dal 06 giugno 2013
Anno: 2013
dal 13 giugno 2013
Anno: 2012
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