
Nella prima parte del nuovo film di Lars Von Trier, sullo sfondo di una festa di matrimonio, si consumano rancori, incomprensioni e delusioni familiari, con al centro due sorelle, Justine, la sposa, e Claire. Nella seconda irrompe sulla scena la minaccia di un pianeta che rischia di collidere con la terra e che viene vissuta in modo diverso dai protagonisti.
Sono passati quasi cinque mesi dall’allontanamento forzoso di Lars Von Trier dall’ultima edizione del festival Cannes, dove era in concorso la sua ultima fatica, Melancholia, sugli schermi italiani da oggi. Il tempo fin qui trascorso consente di riflettere senza l’urgenza di tornare a criticare le affermazioni filohitleriane che avevano causato la (giusta) ‘cacciata’ del cineasta danese dalla rassegna.
Al netto delle inevitabili polemiche sul folle proclama francese di Von Trier, che in tempi di marketing virale ha però di certo aiutato il suo ‘prodotto’ a ottenere non poca pubblicità gratuita (così come hanno fruttato, in termini di visibilità sui media, le immagini di una Kirsten Dunst senza veli rilanciate di recente), Melancholia resta un’opera ambiziosa ma deludente, capace di dividere come poche altre gli addetti ai lavori e il pubblico di sala. Per alcuni si tratta di un quasi capolavoro, affascinante per la sua aura nostalgica e per i suoi toni sconfortanti e sconfortati. Per altra parte degli spettatori, invece, il lungometraggio si può considerare come un collage di immagini spesso suggestive ma privo di contenuti e di ‘ragioni’. Il difetto maggiore di Melancholia è costituito proprio dal racconto privo di spiegazioni (anche solo accennate: non si richiede certo un prologo didascalico o un manuale d’uso), appiattito sulla depressione della triste sposa che sembra bruciare l’animo delle figure che la circondano, per poi estendersi addirittura all’intero universo. Già in una delle scene iniziali, infatti, sulle note wagneriane di “Tristano e Isotta”, si apprende della minaccia che condurrà il mondo alla distruzione (non si anticipa nulla perché è tutto rivelato nella prima parte di narrazione).
Melancholia riflette la filosofia del suo autore, ispiratore del movimento cinematografico “Dogma 95”, vincitore della Palma d’oro nel 2000 per Dancer in the dark e più volte insignito proprio a Cannes di prestigiosi premi. E ancora, genio capace di ideare un film-laboratorio come Dogville, ma afflitto da una profonda depressione e vittima dall’alcolismo, due mali che proprio nell’incriminata conferenza stampa tenuta nel maggio scorso alla Croisette l’artista aveva dichiarato di aver finalmente superato. Per il Lars Von Trier di Melancholia non ci sono domande, il destino è segnato e perciò non resta che ‘scioccare’ lo spettatore attraverso le immagini. L’origine della storia, un approfondimento delle idee che l’hanno ispirata non trova spazio e non risulta necessaria nella visione a tinte fosche del regista.
Un recensore che possa definirsi tale non può inserire questo film nella categoria fantascienza e non può dargli un voto di 2/5. Adottando la giusta imparzialità bisogna assolutamente riconoscere a questo film almeno 4 stelle, sia per l'interpretazione che per la realizzazione tecnica. Non vi è alcun motivo di definire il film come deludente: se non si rimane colpiti dalle scene oniriche, che si prestano sia ad ardite spiegazioni simboliche che a una semplice visione "emozionale", non si può rimanere indifferenti alla qualità complessiva di una pellicola che indubbiamente emerge da un panorama cinematografico omologato.
dal 30 maggio 2013
Anno: 2013
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