
Il pugno duro della legge sotto otto presidenti degli Stati Uniti d’America. J. Edgar Hoover, direttore dell’Fbi, racconta la sua vita. Piena di retroscena che si intrecciano con le vicende del paese. A partire da JFK, Martin Luther King, le Pantere Nere, gli odiati comunisti, i ricatti.
Il più intransigente omofobo del Federal Bureau Investigation che, secondo gli storici, ebbe una relazione omosessuale col suo vice Clyde Tolson. Il paese delle libertà che sotto l’egida del modello democratico d’esportazione spia e boicotta minoranze e progressisti. In una sola parola il cuore nero d’America, gestito da uomini come Hoover. Odiato, temuto, riverito. Nulla del vasto sottobosco della politica statunitense è sfuggito per decenni a un ometto basso di statura, con la voce in falsetto, ossessionato dalla figura materna. E potentissimo. Clint Eastwood con questa sua terza opera biografica (dopo Invictus, 2009, su Nelson Mandela, e Bird, 1988, incentrato sul musicista Charlie 'Bird' Parker) si discosta dai suoi ultimi film dedicati al senso - oppure al 'non senso', dipende dalle prospettive - della vita. Infilandosi in una prova impegnativa: narrare, al contempo, anche un pezzo di storia del proprio paese.
Un film duro, inevitabilmente senza luci, che con un realismo da vecchi maestri del cinema inquadra il sistema di comando della prima potenza mondiale. Con una tecnica narrativa di sfalsamento dei piani cronologici. Certo le critiche mosse contro Eastwood non sono mancate. Non indirizzate alle modalità e alla sensibilità mostrata per trattare le vicende e l’uomo, bensì focalizzate sull’obiettivo finale. Ovvero, le ombre non diradate sulla verità storica del personaggio. Osservazioni che però appaiono pretestuose, non fosse altro perché ancora oggi non tutte le vicende del dopoguerra stelle e strisce sono state complessivamente chiarite. Affatto. Difficile allora pretenderlo da un film. Magari, manca l’azimut raggiunto in altre pellicole dal cineasta di San Francisco, l’intuizione geniale. Che però, potrebbe essere la scelta dell’interprete, perché no.
Seppellito sotto quattro strati di lattice, Leonardo DiCaprio incarna le fattezze di un uomo fisicamente distante e riesce a cristallizzarne il perimetro dei suoi controversi sentimenti. L’unica interprete del cast riuscita ad avvicinarsi a questa performance è Naomi Watts, nei panni della segretaria di Hoover, ma si segnala nel cast anche un'altra star di prima grandezza come Judi Dench. Eppure, verrebbe da dire a questo punto, c’era qualcuno, che tutto questo, lo chiamava il “sogno americano”.
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