
Devonshire, Inghilterra 1914. La famiglia Narracott lotta per pagare l’affitto della fattoria in cui abita e per tirare avanti. Papà Ted ha il vizietto dell’alcol, ma in fondo è un brav’uomo. Poi c’è la forte e amorevole mamma Rose, e infine il giovane Albert, il figliolo, che aiuta i suoi a sbarcare il lunario. Nel villaggio c’è una vendita all’asta di cavalli, ai Narracott servirebbe proprio un puledro forte che sappia tirar l’aratro, ma gli occhi di Ted cadono su un purosangue e lo compra investendo tanti soldini. Il rischio che lo stallone mal si adatti al lavoro nei campi viene scongiurato dall’addestramento di Albert che crea un legame forte con l’animale. Poi scoppia la Grande Guerra e papà Ted decide di vendere il cavallo all’esercito.
War Horse è un bel film. Steven Spielberg è un gran maestro della celluloide e qui sembra navigare in acque ben note al suo stile. La pellicola trasuda epicità, sentimenti formato famiglia e tutti quegli elementi che hanno tracciato il percorso aureo degli Studios hollywoodiani. Attenzione, però, pensiamo che in questo magico e sapiente dosar di pozioni d’alambicco, il buon Steven sia stato un tantinello didascalico e, forse, per questo, prevedibile nell’iter narrativo. Intendiamoci, non stiamo tacciando l’opera come una mera passerella di stilemi classici intinti in salsa a stelle e strisce, ma lo svolgersi delle vicende cadenzato da un pizzico di prevedibilità desta una certa impressione. E qui finiscono le perplessità. La sceneggiatura è tratta da un romanzo di successo di Michael Morpurgo, autore di libri per ragazzi, ed è il materiale perfetto per Spielberg e per le sue capacità, universalmente riconosciute, di immortalare su celluloide storie che catturino magnificamente innocenza e complessità dell’adolescenza.
War Horse parla del legame tra un cavallo chiamato Joey e un giovincello di nome Albert, e del forzato distacco, a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Poi la storia prende una strada diversa e focalizza l’attenzione sul nuovo ‘viaggio’ che le vite dei due protagonisti – loro malgrado – intraprendono, mostrando le crudità e le violenze, la freddezza e l’imprevedibilità del conflitto. Sì, perché, nonostante sia chiaro l’intento di creare un lungometraggio per famiglie, Spielberg non tira indietro la macchina da presa dai luoghi e dalle vicissitudini della Grande Guerra. Oltre alla stella equina, Joey, anche il resto del cast non se la cava male, anzi. Buona e sottilmente efficace l’interpretazione di Jeremy Irvine (Albert). Peter Mullan ha il compito, probabilmente, più difficoltoso nel ruolo di Ted, padre ubriaco eppure amorevole. Emily Watson costruisce una perfetta mamma Rose, forte e affettuosa a un tempo, anche nei confronti del marito alcolista. Lo stile visivo di War Horse segna l’inequivocabile ritorno al cinema classico degli Studios: epicità nella composizione, inquadrature intrise di panoramiche e incorniciate da colori pastello di sfondo. La narrazione tipicamente emotiva di Spielberg arriva alla ribalta in alcune delle scene d’azione cardine del film, un paio delle quali veramente spettacolari. Steven Spielberg non si discute, si ammira.
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