
Sono passati diversi anni dalla scomparsa della sua amata nipote Harriet, ma Henrik Vanger, potente magnate dell’industria svedese, non riesce a darsi pace. Convinto che la ragazza sia stata uccisa da un membro della famiglia, assolda Mikael Blomkvist, giornalista finanziario appena condannato per diffamazione, perché scopra la verità . Le indagini del novello detective si spostano da Stoccolma all’isola di Hedestad, dove Lisbeth Salander, investigatrice molto sui generis è stata assunta per far ricerche sul passato di Blomkvist.
C’erano più o meno un paio di cosette, forse tre, a lasciarci perplessi per questo remake – a stretto giro di boa – del riuscitissimo originale svedese targato 2009. Dato ormai per assodato che sotto le collinette hollywoodiane siano convinti che dargli dentro di rifacimenti e sequel e prequel sia la cosa buona e giusta del nuovo millennio, ecco spuntare alcuni interrogativi. Il primo, l’ammettiamo candidamente, è sospinto da una brezza d’ingenuità tanto bonacciona quanto capziosa: non sarà mica che si voglia continuare ad abbuffarsi sul desco del ‘pluribestesellerato’ Stieg Larsson buttando giù i potenti mezzi dell’industria cinematografica a stelle e strisce? Eppoi, data l’estrema bontà – giusto per assecondare la metafora conviviale – dell’originale Uomini che odiano le donne, diretto da Niels Arden Oplev, perché rischiare di girarne un altro ad appena tre anni di distanza? Occhei, è triste, ma sono robe di marketing, ce ne facciamo una ragione: del resto, mica il cinema è un’istituzione filantropica. Infine, 'last but not least', abbiamo ancora in mente l’intensissima interpretazione di Noomi Rapace nel ruolo della stravagante detective Lisbeth Salander. Grande sfida professionale per Rooney Mara, la ‘nuova’ Salander (che ha già ottenuto la nomination agli Oscar). Bene, tolti i sassolini dalle scarpe, finalmente, si fa buio in sala. E iniziano le belle sorprese.
A volte un film è così bello, che sembra quasi incomprensibile il perché lo si voglia rifare. Visto che il risultato finisce (quasi) sempre per essere deludente. La versione 'fincheriana' di Millennium: Uomini che odiano le donne, però, è l’eccezione che conferma la regola. Al timone c’è David Fincher, un asso della macchina da presa, con carrierona in cui ribollono titoli come Seven, Fight club e Tha Social Network. Il regista americano riesce a dare al film ottimi spunti e a fugare ogni buonismo tipicamente hollywoodiano. Diciamocela tutta, non riuscivamo a immaginare una pellicola degli Studios tanto clemente da inserire scene di stupri e torture che sono state al centro del romanzo di Larsson e della versione di celluloide precedente. Al contrario, eravamo pronti ad accogliere una rilettura edulcorata, di quelle che sanno di asettico e d’insulso.
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