
Incaricata dal ministero dell’Interno di realizzare un libro fotografico sulla Squadra di protezione dei minori della polizia di Parigi, Melissa conosce Fred, il più irrequieto del distretto. Che si invaghisce di lei. I due affrontano situazioni problematiche, vivendo al contempo un rapporto speciale.
Il peggio del peggio. Del peggio. Un viaggio nel cuore delle baunlieu parigine ma non solo. E gli attori sono i bambini che l’unità di protezione dei minori della polizia francese tenta quotidianamente di aiutare. Un cinema verità, proprio come amano chiamarlo oggi i critici di rango, che ripropone tematiche da poliziesco miste a contaminazioni comedy. Polisse - scritto così erroneamente dai bambini protagonisti - di Maïwenn Le Besco (che qui recita pure), al suo terzo lungometraggio dopo Perdonatemi (Pardonnez-moi, 2006) e Il ballo delle attrici (Le bal des actrices, 2009), è un film servito crudo.
L’infanzia, isola felice di ogni piccolo uomo, diviene atollo spettrale dove si consumano gli incubi di bimbi invitati a giocare al tavolo dei grandi, quindi partecipi delle loro miserie. Maltrattamenti, abusi, shock psicologici, a volte, più semplicemente, l’ambizione di frequentare una scuola oppure godere di un tetto sopra la testa. Sono minori per lo più figli d’immigrati, il grande polmone verde della gioventù transalpina ed insieme elemento di tensione, ma anche, più prosaicamente figli di francesi autoctoni dimentichi della dimensione ideale per la propria prole.
Polisse, tuttavia, gode pure di un altro merito. Porta sul grande schermo non solo il lavoro di un’unità della polizia poco avvezza alle luci dei riflettori, ma anche le vite dei poliziotti. I sentimenti di uomini di legge che devono far rispettare le regole e che sovente mostrano (qui, effettivamente è un refrain già visto) un cuore fragile. In tutto ciò c’è spazio per una controversa love story, o infatuazione che dir si voglia, fra la coppia di protagonisti adulti: Maïwenn Le Besco, appunto, e Joeystarr. Convincente il talento della coppia Nicolas Duvauchelle e Karole Rocher, celebre in patria per il serial TV Braquo. Insomma, carne al fuoco ce n’è, e c’è pure il nostro Riccardo Scamarcio che si aggiudica un ruolo minore e conferma il debole storico del cinema d’oltralpe per gli interpreti maschili del Belpaese. Premio della Giuria allo scorso Festival del cinema di Cannes, la pellicola rischia di aggiudicarsi diversi “César”, gli Oscar francesi, essendo in lizza con il maggior numero di nomination, ben 13, tre più di Tha Artist.
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