
Andrew, Matt e Steve. Sono tre liceali come tanti, seppure diversi fra loro. Una sera, per caso, dopo una festa in cui Andrew viene preso in giro da un bullo, vanno ad esplorare una voragine in un bosco vicino. Ne escono profondamente cambiati. Ora godono di poteri straordinari. Ed è l’inizio dei problemi.
Gli “anti”. Gli “antisociali”, perché come tutti gli adolescenti contemporanei stanno in mezzo agli altri, ma non con gli altri. Gli “antipatici”, nel senso greco del termine, ovvero privi di empatia, di contaminazioni emotive. Ma soprattutto sono “antieroi” i protagonisti di questo fantasy sui generis che ha conquistato il box office statunitense diventando un caso del mercato cinematografico. Altro che super-leghe formate da schiere di superdivi pronti a salvare il mondo in stile The Avengers. In Chronicle, a salvarsi, fanno fatica pure i protagonisti. Anche, e soprattutto, dopo aver scoperto di possedere poteri decisamente fuori dal comune. È la fragilità interiore di ragazzini posti davanti l’onnipotenza, o quasi, che delinea il suggerimento più intrigante del film. Puoi essere capace di tutto e sentirti padrone di niente. Come è vero che, puoi inserire tutti gli effetti speciali che vuoi, ma la traccia relativa all’introspezione dei personaggi è quella che conferisce dignità autoriale al prodotto.
A dirla tutta, l’idea di fondo non è nuova. Prima del duo di esordienti - ci si tornerà più avanti - a sviluppare il tema, ci avevano pensato due mostri sacri come Brian De Palma con Carrie - Lo sguardo di Satana (1976) - a sua volta ispirato a un romanzo di Stephen King - e Katsuhiro Otomo con la pellicola di animazione Akira (1988). Film profondamente differenti (non solo per la caratura) soprattutto nella tecnica narrativa. Qui infatti ci muoviamo nel sottogenere del finto girato amatoriale, inaugurato ormai tredici anni fa da The Blair Witch Project, testimoniato dal titolo stesso: “la cronaca”.
Ma torniamo agli autori. Entrambi figli d’arte, e che natali! Il regista, Josh Trank, è figlio del documentarista e produttore Richard, mentre lo sceneggiatore e amico Max Landis, è il figlio di quel John Landis che ha partorito capolavori assoluti del calibro di Animal House, The Blues Brothers, Un lupo mannaro americano a Parigi. Peccato per il finale privo di sorprese (e suggestioni), bravi davvero i giovani interpreti semiesordienti: Dane DeHaan, Alex Russell e Michael B. Jordan. Insomma, con un budget low-cost (per le produzioni Usa, s’intende) e con la crisi di idee che c’è, cosa pretendevate di più?
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dal 30 maggio 2013
Anno: 2013
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