
Fratello e sorella, soli, poveri. Vivono ai piedi di una stazione sciistica che attira molti ricchi turisti. Lei, Louise (Léa Seydoux) è uscita da poco dall'adolescenza. Vive di amanti e lavoretti, entrambi precari. Lui, Simon (Kacey Mottet Klein), è un bambino dodicenne che mantiene sé e la sorella con furtarelli ai danni dei ricchi turisti che affollano la zona.
Povertà e ricchezza separati solo da una funivia: è questa l'ambientazione del film di Ursula Meier, Orso d'Argento all'ultimo festival di Berlino, lo scorso febbraio.
Il titolo originale, L'enfant d'en haut, puntava il faro sulla figura di Simon, mentre la traduzione per la distribuzione italiana sposta l'attenzione sulla sorella Louise. Forse un'operazione di marketing volta a valorizzare l'astro emergente Léa Seydoux: la sua famiglia dirige la Goumont e la casa di produzione Pathè, ma non è alle raccomandazioni che si deve il suo recente successo. È davvero brava e carismatica questa biondina classe 1985, voluta da Woody Allen nel suo Midnight in Paris e prima ancora attrice per Ridley Scott, Amos Gitai, Quentin Tarantino, e anche volto femminile dell'ultimo Mission: Impossible - Protocollo fantasma.
Suo è parte del fascino di questa pellicola che lavora lentamente, interiormente, scandita dal ritmo pedante dei viaggi in funivia e con pazienza, senza picchi neppure nel colpo di scena finale, riesce a raccontare la storia di una relazione intima, quella tra Louise e Simon, e a indagare alcuni dei nostri bisogni primari: quello di amare ed essere amati e quello di venir riconosciuti, apprezzati, visti.
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