
Bassa padana, 2 settembre 1947. Quattro uomini in fuga. La fitta vegetazione di un bosco crepuscolare e autunnale nei suoi colori dominanti. È una corsa a perdifiato, quella del gruppo. Pur non avendo un inseguitore alle calcagna. Uno di loro è ferito, in modo alquanto serio. Attilio, attore in auge durante il Ventennio che il Dopoguerra ha ‘spazzato’ via. Ciccillo, siciliano emigrato al Nord. Eurigio, con trascorsi da circense. Ugo, che ha fatto fuori la moglie infedele. Sono loro che hanno rapinato un ufficio postale. La corsa. E poi quella casa. Si profila all’orizzonte della radura. Sembra un posto ideale per cercare riparo…
Low budget e grandi attese. La produzione indipendente italiana c’è. E muove i suoi passi attraverso pellicole di giovani cineasti in cerca di glorie celluloidee.Francesco Campanini è uno di questi. Emiliano, classe 1976, s’era già messo in luce con il precedente lungometraggio, Il solitario, un poliziesco intinto nel noir, di buon pregio. E adesso ci riprova. E lo fa con un thriller che, non proprio in maniera inattesa – date le dinamiche del film –, finisce per sfociare nell’horror. Titolo e ambientazione riportano alla mente alcune produzioni degli anni Settanta. Le riprese immortalano l’appennino parmense, quella fetta di bassa padana che tanto ricorda un’altra casa molto famosa nella cinematografia di genere italiana. Sì, La casa dalle finestre che ridono del maestro Pupi Avati, uscita proprio nell’anno di nascita del giovanotto Campanini, il 1976.
I boschi che fanno paura e nascondono casette falsamente salvifiche è roba che, da Charles Perrault a Sam Raimi – leggasi rispettivamente Cappuccetto Rosso e La casa –, abbiamo imparato a conoscere un po’ in tutte le salse. E allora, dopo la passeggiata a ritmo sostenuto degli sconquassati rapinatori della domenica, e un fortuito incontro con due cacciatori (visto che l’aver scomodato Perrault e la bimba dal cappuccio vermiglio non era poi così illogico?), quando i nostri scorgono la casotta, quasi vien voglia di dissuaderli. Eccheccavolo, già siete messi abbastanza male, ma una sinistra costruzione nel fitto bosco non dovrebbe allettarvi. E neanche le quattro donne che l’abitano. Qui horror ci cova. Follia e violenza attendono per esplodere cruente. Il filone narrativo si compie senza sussulti particolari. La pellicola è tratta. Le attese non vengono del tutto deluse, ma quella sensazione di “poteva essere qualcosa di più” fa fatica a lasciare libera la nostra testa.
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