
Alcuni poliziotti, un medico legale e un magistrato accompagnano il sospettato di un omicidio sul luogo del crimine. Viaggiano su vetture diverse nel cuore della notte turca. Una veglia che sembra non portare ad alcun risultato. Ma è solo l’apparenza, perché alla fine tutti avranno qualcosa in più su cui riflettere.
Una notte intera trascorsa alla ricerca della morte, lamentandosi della vita. Sviscerando la più varia umanità dei protagonisti e la natura dei luoghi. Per le strade selvagge e brulle dell’Anatolia, regione centrale della Turchia. Che appare ancora antica, rurale, poco rassicurante. Legata a riti ancestrali ma vissuta da uomini e donne, che vorrebbero e non riescono, o forse non possono, guardare al futuro e perché no alla modernità, con la dovuta serenità.
C’era una volta in Anatolia è un poliziesco atipico, ma è pure un road movie. Drammatico, addirittura catartico con la sua filosofia di convivenza col disagio interiore. Diviso in capitoli quasi fosse un complesso romanzo della sterminata letteratura russa, il film di Nuri Bilge Ceylan conquista lo spettatore pian piano. Ritmi blandi, la prima mezz’ora di smarrimento, poi, lentamente, affiora una luce nell’oscurità notturna. E’ quella dei personaggi. Hanno un’anima e dei sogni, molti rimpianti, fantasmi interiori. Questioni irrisolte. Resi da dialoghi apparentemente superficiali ed invece descrittivi, capaci di circumnavigare personalità tutte da scoprire. D’altronde, in due ore e quaranta di pellicole - la critica più frequente rivolta al cineasta turco, che in prima battuta aveva girato quasi quattro ore poi tagliate - c’è tempo e spazio per dipanare vicende ed intessere storie. Insomma, un’inchiesta di polizia che tutto sembra tranne una vera e propria indagine. Forse, proprio per questo magnetizza l’attenzione.
E poi, Nuri Bilge Ceylan, a dirla tutta, coadiuvato come qui da un cast all’altezza delle sue visioni, ci ha abituato a produzioni intense e coinvolgenti. Film di cui innamorarsi. Basti pensare a piccole-grandi perle della settima arte come Uzak (2003) pluripremiato a Cannes (fra cui Grand Prix della Giuria e migliore interpretazione maschile per Mehmet Emin Toprak in tandem con Muzaffer Ozdemir), e Le tre scimmie premiato sempre in Francia (migliore regia) ma giunto alle nomination anche ai Nastri d’Argento. Lo stesso C’era una volta in Anatolia, lo scorso anno, sulla Croisette, ha marchiato la sua presenza con l’ennesimo riconoscimento, quello del Gran Premio della Giuria. In Italia esce con “solo” un anno di ritardo circa, meglio di niente verrebbe da aggiungere. Oltre che una parola sola: imperdibile. Per chi ama il vero sapore del cinema.
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