
Polonia, 1940. Il Paese è occupato. Da una parte ci sono le truppe naziste. Dall’altra, quelle dell’Unione Sovietica. Il tenente dell’esercito polacco Janusz opera nella zona sovietica e quando viene accusato di criticare il regime stalinista, con sua moglie costretta a testimoniare contro di lui, le cose si mettono male. Deportato in un gulag siberiano medita la fuga che riesce a compiere con un’improvvisata compagnia, tra cui Khabarov, un attore, Valka, un gangster russo e mister Smith, un taciturno americano. Strada facendo si aggrega anche Irena, una ragazza polacca. Il viaggio è lungo circa 4mila miglia: dalla Siberia all’India per guadagnare la libertà.
Fuga rocambolesca per la sopravvivenza. Da un gulag. Dal gelo dei boschi siberiani alle desertiche distese mongoliche fino alle feroci tempeste di sabbia e al caldo soffocante del Gobi. Torna la vecchia scuola del cinema, con il regista australiano Peter Weir: pochi espedienti tecnologici, computer grafica al minimo, quasi nulla. Largo agli ampi paesaggi in contesti schiaccianti, soffocanti e ritratti dalla fotografia di Russell Boyd che cattura la natura nella sua forma più minacciosa e straordinariamente bella. The Way Back è basato sul libro di Slaomir Rawicz, The long walk, la cui veridicità è molto contestata. Che la vicenda sia stata vissuta o meno, comunque, nell’economia della pellicola assume una rilevanza soltanto suggestiva. L’epopea di cui parla Rawicz fornisce allo script un’eccellente ispirazione per tracciare la storia di un gruppo di fuggiaschi determinati a sopravvivere a qualsiasi avversità. Una celebrazione burbera, certo, ma esaltante del valore della libertà.
Eppoi c’è la poetica di Weir per i personaggi resi piccini dalla vastità del mondo. Che sia l’outback, l'entroterra australiano di Picnic a Hanging Rock, piuttosto che il mare in tempesta di Master and Commander oppure l’universo artificiale di The Truman show. Stavolta ci sono il freddo, la fame, la sete, il caldo. E la macchina da presa è lì a scovare i segni tangibili delle sofferenze sui volti, sui corpi dei fuggitivi. Sullo sfondo, i paesaggi mozzafiato di un Oriente fascinoso quanto infido, percorso in un’improbabile trekking estremo ed estenuante. A completare l’opera di Weir un plotone di interpreti davvero ben scelti, a cominciare da un Colin Farrell in stato di grazia. L’attore irlandese (Valka) tenta di rubare la scena a un intenso Ed Harris (mister Smith): davvero una bella ‘lotta’ tra i due. E merita menzione anche la toccante Saoirse Ronan (Irena). Una lunga passeggiata quella ordita da Peter Weir per tornare al cinema dopo sette anni – The Way Back è targato 2010 – dal suo ultimo lavoro (Master and Commander, 2003). Una camminata di quattromila miglia dura e faticosa per raccontare, alla fine del viaggio, una verità semplice ed elegante: non mollare mai.
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