
Babou è tutta presa. C’è da organizzare una cena, in cui il suo proverbiale tajin promette strage di palati. Insieme con lei c’è Pierre, suo marito, altezzoso ed egocentrico prof della Sorbonne. Ospiti nella loro bella magione, adagiata sulla rive gauche parigina, arriveranno Claude, amico d’infanzia di Babou e trombonista, e Vincent, fratello della padrona di casa, con la moglie Anna in attesa del primogenito. Si parla del più e del meno, in attesa che arrivi Anna, ritardataria cronica, ma quando viene chiesto a Vincent se abbiano già scelto un nome per il figlio, la rivelazione apre una discussione che degenera scatenando un profluvio di accuse, insinuazioni e dichiarazioni scioccanti.
No, non vogliamo che ci si tacci d’esser promotori di crociate donchisciottesche, ma questa storia di stravolgere con traduzioni fantasiose e pretenziosamente accattivanti i titoli originali delle pellicole non ci va proprio giù. Le prénom, ovvero l’elemento scatenante da cui tutta l’energia della commedia in questione viene fuori, si ritrova nelle locandine italiane con il ‘ficcante’ Cena tra amici. Vabbè, non vogliamo aprire querelle, ma lasciare il nome con cui l’opera nasce dovrebbe essere una sorta di dovere morale, specie quando il significato, come in questo caso, sia facilmente intuibile. Detto ciò, passiamo al nocciolo. Adattamento cinematografico dell’omonima e acclamata piece transalpina, Le prénom porta la firma, ed è diretta, dagli stessi autori che l’hanno accompagnata in palcoscenico, ovvero Alexandre De La Patellière e Matthieu Delaporte. E i medesimi della versione teatrale sono anche gli interpreti, con l’unica eccezione di Charles Berling, nel ruolo di Pierre.
Nell’accogliente salotto metropolitano di Babou, si consuma un fuoco di fila infarcito da dialoghi intelligenti e spiritosi che mette in riga certa borghesia parigina e alcuni stereotipi sistemati lì per essere derisi e annientati. C’è l’intellettuale di sinistra di quelli che non si può fare a meno di odiare per spocchia e boria, l’artista, la donna in carriera, il materialista con inclinazioni da playboy. Se ne dicono di tutti i colori, scoprendo altarini e insinuando robe inimmaginabili. Che sia un testo passato dalle quinte teatrali si vede lontano un miglio, ma ritmi, battute al fulmicotone, tempi comici, espressioni e intonazioni lasciano una scia di buonumore, seppur dolceamaro, anche sul lenzuolone bianco. Poco noti alle nostre latitudini, Valerie Benguigui (Elizabeth), Charles Berling (Pierre), Patrick Bruel (Vincent), Judith El Zein (Anna) e William Tonquédec (Claude) sono esilaranti e l’intesa che hanno sul set si trasmette facilmente agli spettatori. Pochade vecchio stile, intelligente e acuta. Inconfondibilmente francese.
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