
Centomila verdoni sono una bella cifretta. E Sean e la sua crew, The mob, hanno tutta l’intenzione di accaparrarsela. Bisogna stupire il pubblico con azioni di flash mob, appropriarsi di uno spazio pubblico improvvisamente e inscenare qualcosa di insolito. Nel caso dei nostri, una danza elettrica e coinvolgente. YouTube giudicherà: c’è da fare un pieno di click. Nel frattempo, Emily, aspirante ballerina, cattura l’attenzione di Sean. Tra i due scocca la scintilla artistica e d’amorosi sensi. Peccato che lei sia anche la figlia di un magnate che vuol spazzare via il quartiere dei ragazzi per costruire un mega resort. La protesta è dietro l’angolo.
È imbarazzante. Sì, buttarla giù dura, così e subito, potrebbe suonare quasi pregiudizievole, ma dalla nostra abbiamo l’esperienza maturata attraverso tutti i film della serie. Abbiamo visto crescere Channing Tatum, danzereccio a Baltimora nel primo e nel secondo episodio, e goduto di tantissime spettacolari coreografie, ma anche di six pack, abs, fisici scultorei e zigomi impeccabili di aitanti giovanotti e affascinanti donzellette. Quasi mai, la parte del leone l’hanno giocata attori professionisti. E quasi mai si sono registrate presenze importanti tra le pagine della sceneggiatura. A onor del vero, però una cosa positiva c’è stata, gli incassi in giro per il mondo: lusinghieri e propedeutici. Arriviamo quindi ai giorni nostri con la franchise di Step up a tagliare il traguardo per la quarta volta, con tanto di inutil 3D. La coda del titolo fa pensare al peggio, quel Revolution messo lì dagli zelanti e fantasiosi traduttori nostrani – in luogo di Miami Heat – sembra foriero di sventure. Ed effettivamente...
Già, perché se la trilogia aveva consapevolezza di ciò che fosse, un dance movie per appassionati senza pretese di spingersi verso altri lidi, Revolution cerca di compiere il gran balzo. Parte in quarta con grandi numeri tersicorei e poi inizia un’odissea infinita tra diversi generi: la danza lascia il passo al romanticismo che cede alle lusinghe del ribelle ‘tutti noi giovani e giusti contro di loro vecchi e bavosi speculatori’. Lo script si esalta in dialoghi tirati fuori dal manuale Le milleuno frasi da non scrivere mai in una sceneggiatura. Zompettano allegramente e deliziano chicche del tipo: “La crew è il nostro modo di gridare al mondo: ci siamo”. Oppure, “Possiamo cambiarle, le cose”. La trama logora propone una favoletta trita e ritrita. E non c’è azione o risvolto che non si riesca a immaginare dopo soli tre minuti di visione. Lui che danza, belloccio e capo, è folgorato e ricambiato dalla pupa, un gran pezzo anche lei. E quando arriva il babau che vuol cementificare, scopri scopri, è proprio il padre di lei, che, ovviamente, si mette contro il suo vecchio. In tutto questo, pare che ci sia in programma il quinto capitolo… Continuiamo così, facciamoci del male!
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