
Nei meandri operativi più segreti della Cia, sono ancora in molti a non aver digerito il tiro giocato da Jason Bourne, reo di aver mandato a carte quarantotto una massiccia operazione dell’agenzia d’intelligence americana. Ma Bourne è un capitolo chiuso, adesso la gatta da pelare ha un altro nome, Aaron Cross. È l’unico agente rimasto in vita del programma Outcome, che prevedeva la somministrazione di farmaci che aumentassero le capacità fisiche e intellettive delle forze speciali a soldo del governo. Il responsabile del progetto, Edward Byer, poi, ha deciso di eliminare tutti, agenti e scienziati coinvolti. Cross, però, è scampato al destino, ma deve disintossicarsi dalla cura farmacologica e soltanto una persona potrebbe aiutarlo: la genetista Marta Shearing. Qualcosa li unisce. La Cia li vuole morti.
Aleggia sinistro lo spirito di Matt Damon, nel quarto capitolo della franchise, primo episodio orfano dell’attore statunitense e del personaggio che ha dato il nome alla saga. La sceneggiatura, ispirata – ma non proprio basata – ai romanzi di Robert Ludlum, è messa su da Tony Gilroy insieme con il fratello Dan. La firma Gilroy segna una continuità (Tony è autore dei tre film precedenti). Eppure qualcosa non va per il verso giusto. The Bourne Legacy pecca in macchinosità, ritmi blandi e sequenze lunghe e prolisse. Qualcosa suggerisce di cercare il motivo del declino dalle parti del sediolone registico. Mister Paul Greengrass ha abdicato a favore proprio di Tony Gilroy, alla terza esperienza dietro la macchina da presa, dopo le buone prove ‘sociopolitiche’ di Michael Clayton e Duplicity. Che dire, per il genere thriller spionistico, c’è ancora da lavorare. Ok, forse abbiamo esagerato un po’, Legacy non è proprio da buttar via, fornisce le sue buone dosi di adrenalina e suspense, e tenta anche qualche inseguimento spettacolare e rocambolesco – anche se è dura dopo quei bei campi lunghi sui tetti marocchini in Ultimatum.
06 settembre 2012Non ci sono commenti.
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