
Freddo e spietato. Kang-do non è certo il tipo da intimorirsi, né tanto meno da cadere nel compassionevole. Non è un gran lavoro, il suo. A soldo dei peggiori strozzini della città, vaga come un’ombra sinistra e minacciosa intorno al gran popolo dei debitori insolventi, perché onorino i propri impegni. E non conta niente se qualche povero diavolo, in realtà sono la maggior parte, non ce li ha davvero, i soldi per pagare. Kang-do, un modo per riaverle, quelle somme, lo trova sempre. Costi quel che costi. Con le cattive, s’intende. Marchio di fabbrica del suo mestiere. E il resto della sua vita è un’esistenza ai margini, almeno fin quando non arriva una donna: dice di essere la madre che l’ha abbandonato da piccolo e adesso è pronta a prendersi cura di lui.
Tribolazioni e scaramucce festivaliere, non hanno impedito al maestro sudcoreano Kim Ki-duk di incantare pubblico e critica della Laguna di Venezia. Il Leone d’oro ha così premiato la sua diciottesima opera che percorre i consueti itinerari a cui il cineasta ci ha ormai abituato. Tenerezza e crudeltà, disincanto di una favola e poesia estrema. Si muove su territori noti, Ki-duk e prende in prestito il capolavoro michelangiolesco per creare pathos e locandina del film. L’immagine della Vergine Maria che tiene in grembo e abbraccia Gesù morto richiama la pietà, la compassione che si dimena all’interno di una pellicola che inserisce nella sua poetica anche il sentimento della vendetta.
Il protagonista è uno spietato esecutore, capace di qualsiasi nefandezza pur di portare a compimento il suo sporco lavoro, ma l’intrusione di quella donna che dice di essere sua madre, produce in lui un cambiamento totale, avvolgente, un processo di ‘umanizzazione’. Il dubbio schiude la corazza all’arrivo della felicità. A quell’amore materno che Kang-do non ha mai conosciuto. Un inno al sentimento cristiano della pietà, certo, ma Kim Ki-duk bersaglia senza freni anche i tentacoli mortiferi del capitalismo. Il vil denaro che porta alla disperazione, a gesti estremi che il regista mostra senza mezzi termini. Tutto ha un prezzo, anche gli arti ci si vende per cercare di dare un futuro migliore ai propri figli. Ed ecco la parabola che si compie, attraverso l’amore indissolubile tra una madre e un figlio che si rincorrono attraversando vendetta e perdono, punizione e assoluzione. E la denuncia bruciante di un capitalismo che non lascia scampo, svela al contempo che esistono ancora amore e pietà in questo mondo e la possibilità di una catarsi, completa e appagante. Per chiunque.
Non ci sono commenti.
Aggiungi un commento