






















Archiviato sul finire di novembre il lupo mannaro sexy e romantico di New moon, un licantropo più oscuro e tormentato irromperà nel buio delle sale cinematografiche del nostro Paese a partire da questo venerdì 19 febbraio. L’uscita di Wolfman, rinviata di due anni rispetto gli intenti originari della produzione, si inserisce in un sentiero tra i più battuti dai cultori della settima arte ed è utile a ribadire come, a dispetto dell’alternanza delle fasi lunari, il mito dell’uomo-lupo non conosca cali di popolarità e resti sempre nel pieno del suo fulgore. L’industria cinematografica, del resto, continua a puntare con decisione sul tavolo dei cari, vecchi mostri, magari rimodellandone l’immagine per assecondare i gusti correnti. Impossibile, al riguardo, non richiamare i vampiri pop (peraltro proprio in competizione con la stirpe dei lupi mannari) della saga di Twilight, le battaglie tra i multiformi esseri malefici narrate in Van Helsing, cui si affiancano gli annunciati ritorni in grande stile degli intramontabili Dracula, atteso addirittura in due versioni, e Frankenstein.
Rispetto alla leggenda del conte succhiasangue asserragliato nel castello transilvano, concepita da Bram Stoker nel suo celebre romanzo, e a quella della terrificante creatura da laboratorio nata dalla penna di Mary Shelley, la figura dell’uomo-lupo non ha un riferimento letterario così autorevole. Ma se si sposta l’analisi sulla storia del cinema le fonti di ispirazione diventano innumerevoli. Come sottolineato da Benicio Del Toro, produttore oltre che protagonista di Wolfman, la pellicola si ricollega esplicitamente all’archetipo di tutti i lungometraggi sui licantropi, L’uomo lupo, diretto nel 1941 da George Waggner. In quest’ultimo rifacimento gli elementi di novità sono legati soprattutto alla figura di Lawrence Talbot, personaggio centrale del racconto, portato in scena da Del Toro.
Nel confronto con l’originale, Lawrence non è più solo una vittima del male che lo affligge ma combatte per conoscerne le cause, scontrandosi ripetutamente con suo padre, sir John Talbot (interpretato da Anthony Hopkins). Del Toro, reduce dall’impegnativa opera omnia di Steven Soderbergh su Che Guevara, si concede dunque una piacevole evasione (come già aveva fatto con Sin city e, prima ancora, con Snatch – Lo strappo) rispetto ai soggetti impegnati che contraddistinguono la maggior parte delle sue fatiche cinematografiche. Se il filo narrativo dell’opera segue la ben nota maledizione dell’uomo che si trasforma in lupo nelle notti di luna piena, anche la realizzazione di Wolfman ha incontrato ostacoli di ogni sorta. Iniziate nel 2007 sotto la guida di Mark Romanek, le riprese sono state ultimate con la direzione di Joe Johnston, regista statunitense di Jumanji e Jurassic park III, nonché vincitore nel 1982 dell’Oscar per gli effetti speciali de Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta. Completa il cast artistico Emily Blunt, in passato vista nel ruolo dell’acidissima collaboratrice di Meryl Streep ne Il diavolo veste Prada, che per l’occasione si cala nei panni della bella innamorata. Ultima menzione per la nostra connazionale Milena Canonero, apprezzata costumista, già premiata nel corso della sua carriera con tre statuette dorate dall’Academy (cui si aggiungono altre cinque nomination), l’ultima delle quali vinta nel 2007 per Maria Antonietta.
Tirando le somme, The Wolfman è un film tecnicamente impeccabile, soprattutto per quanto riguarda l'utilizzo degli effetti speciali, e degno di una visione da parte di ogni appassionato di horror. Il fatto che si prenda un po' troppo sul serio, limitando non poco l'impatto emotivo complessivo, è senza dubbio il suo difetto peggiore, insieme al ritmo leggermente incostante. Vale la pena comunque dargli una possibilità, soprattutto se ci si è un po' stufati dei vampiri.

Da grande fan dell'horror, non vedo l'ora che arrivi domani per andarlo a vedere...
Regia: Henry Bean
Con: Billy Zane, Theresa Russell, Ryan Gosling