Il ritratto di un indeciso
Se avessi dovuto scegliere un regista per mettere sulla scena cinematografica, nel 2009, il celebre romanzo di Oscar Wilde “Il ritratto di Dorian Gray”, avrei scelto di sicuro Oliver Parker. Memore delle sue fatiche come esperto e amante del maestro Wilde: “Un marito ideale” (1999) con Rupert Everett, Jeremy Northam, Julianne Moore, Cate Blanchett, Minnie Driver e “L’importanza di chiamarsi Ernest” (2002) con Rupert Everett, Colin Firth, Frances O'Connor, Reese Witherspoon, Judi Dench. Avrei scelto lui per lo stile classico, fedele, tradizionale ma mai scontato, con cui porta sul grande schermo delle pagine tanto importanti della storia della letteratura. Sapere a cosa andavo incontro mi avrebbe rassicurato. E invece avrei sbagliato. Non so perché, forse proprio per la volontà di cambiare, di non essere sempre uguale a se stesso, ma Oliver Parker è irriconoscibile. In “Dorian Gray”, ancora nelle sale italiane, non si capisce bene se ci troviamo in un suo film o in un film horror di dubbio gusto. D’accordo, “Il ritratto di Dorian Gray” è un romanzo horror gotico, con punte di noir, ma è pur sempre un classico. Per questo una ricostruzione accurata e lineare del testo sarebbe stata più che sufficiente per un buon risultato. Forse la voglia di osare di Parker è stata più forte e questo è da premiare. Però mi sembrava di essere in un limbo in cui non si capiva bene se si era davanti ad un horror, ad un thriller, ad un noir, con scene hard alla Eyes Wide Shut. Il ritratto di un indeciso, più che il ritratto di Dorian Gray.