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Danis Tanovic parla di Triage
Danis Tanovic parla di Triage

In principio fu No man’s land, successo internazionale che raggiunse l'apice con la vittoria del premio Oscar. Si iniziò a pensare a Denis Tanovic come a un regista di guerra. E il film che quest'anno ha aperto il Festival di Roma, Triage, sembrava confermare l'impressione. Così ci ha pensato lui a chiarire la questione e rifiutare l'etichetta. Un po’ per non essere identificato con un solo genere, tanto perché lui, davvero, i film di guerra non li vorrebbe proprio fare, prova troppo dolore.

Ormai amico del festival, dopo la presidenza della giuria nell'edizione dello scorso anno, Denis Tanovic porta quest'anno un film pieno di star. Ci sono Paz Vega, il solito Brank Djuric, Colin Farrell e anche il vecchio leone Christopher Lee a interpretare una storia di reducismo che non ha al centro un soldato come spesso accade ma un fotografo tornato da una zona calda. Così accade sul serio che non sia tanto la guerra al centro della pellicola ma i suoi effetti su chi vi prende parte e anche su chi in quei luoghi non c'è mai andato, perché come ripete spesso Tanovic: "Tutto è interconnesso".


L'impossibilità di essere neutrali
Innanzitutto c'è il libro omonimo, scritto da Scott Anderson, un'opera che ha colpito moltissimo Denis Tanovic il quale non smette di consigliarlo a tutti neanche avesse una partecipazione nei profitti delle vendite, un libro rispetto al quale il suo film "vale solo un decimo" dice il regista. Ecco, prima di leggere quel libro Tanovic non voleva fare più film di guerra, questa infatti fu la prima risposta che diede ad Anderson quando gli propose l'adattamento filmico. Poi però il libro l'ha letto e ha capito che il film andava fatto, inizialmente si propose come scrittore e basta, poi alla fine è capitolato.

Il perché di tanta resistenza sta nella storia personale di Tanovic, coinvolto in prima persone nel conflitto bosniaco e riluttante ad affrontare di nuovo la rielaborazione di quei drammi sul set e poi nelle mille interviste: "Non faccio spesso questi film, perché è come prendere un biglietto per luoghi dove non vuoi andare tanto volentieri. No man's land mi portò in giro per il mondo e dovetti parlare tantissimo, tanto che alla fine mi sentivo una macchina. Conoscevo le mie risposte anche prima di darle perché ripetevo sempre le stesse cose".

Il punto, secondo Tanovic, è che "non tutti reagiscono allo stesso modo, alcuni sono colpiti da certe cose e altri da altre. Dopo essere sopravvissuto alla guerra mi lascio coinvolgere da tutti i conflitti. Ecco perché l'anno scorso sono andato a Kabul a costruire un cinema, credo che sia una delle cose più importanti per loro. Ho trovato una cassetta l'altro giorno a casa mia, non mi ricordavo cosa contenesse, l'ho guardata e ho visto immagini di guerra girate da me. Ho dovuto interrompere, non ce la facevo".

Mettendo un fotografo al centro degli eventi il flim compie anche un discorso non banale sui media e la loro influenza nel conflitto: "Tutto è interconnesso, come la teoria dei quanti: se li osservi si comportano in maniera diversa da quando non li guardi. In molte guerre se non fosse per i media le situazioni sarebbero ancora peggiori. Ma la domanda che mi faccio è quanto vadano in profondità. Non credo nella neutralità ma nella giustizia, che è diversa, ed è un discorso che si può fare anche con i media".

Un altro pallino di Tanovic è infatti anche l'impossibilità di essere neutrali: "Non c'è neutralità nel guardare qualcuno violentare un altro. Che vuol dire non fare nulla? Non è neutralità quella. Devi prende una posizione e non è facile. Ma mi sembra che la neutralità sia una facile scappatoia, magari qualche volta funziona ma non per le vittime, semmai per quelli che attaccano".

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