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Il concerto: parla il regista
Il concerto: parla il regista

Radu Mihaileanu era partito da Roma, lo scorso ottobre, tra gli applausi del pubblico e gli apprezzamenti di tanta critica, dopo che la sua ultima fatica, Il concerto, era stata presentata fuori concorso alla quarta edizione del Festival Internazionale del Film. È tornato nella città capitolina ieri, per parlare della stessa pellicola in vista dell’uscita italiana, attesa per venerdì. I quattro mesi che si è lasciato alle spalle non sono certo trascorsi invano. Il concerto, nel frattempo, si è imposto sul mercato cinematografico francese (dove è stato distribuito fin da novembre), conquistando l’attenzione non solo della ridotta dei cinefili più esigenti, ma pure di quella larga schiera di spettatori solitamente a disagio nei confronti dei lungometraggi meno sostenuti dal roboante battage pubblicitario tipico dei nostri giorni.

La trama dell’opera si dipana a partire dall’epoca in cui la bandiera dell’URSS sventola ancora orgogliosa dai palazzi del Cremlino. Andreï Filipov, direttore del Bolchoï, cade in disgrazia presso gli intransigenti compagni della nomenclatura comunista per non aver escluso dalla sua orchestra gli artisti ebrei. Dopo decenni trascorsi a fare le pulizie nello stesso teatro, in seguito al disgregarsi del blocco sovietico, Filipov ordisce il piano per il riscatto. Richiama in servizio i suoi vecchi orchestrali ormai arrugginiti, coopta una valente violinista e risponde all’invito di un prestigioso teatro francese, in realtà rivolto all’orchestra ufficiale del Bolchoï, per un’esibizione musicale in terra transalpina. Il concerto prende spunto da avvenimenti reali che Mihaileanu ha rivisitato,arricchendoli di spunti umoristici e riflessioni profonde.

Il cinquantunenne regista di origine rumene, riparato negli anni Ottanta in Francia dopo la fuga dal regime di Ceausescu, aveva già dato prova del suo cristallino talento con la direzione di Train de vie – Un treno per vivere, capace di strappare ambiti riconoscimenti nelle rassegne internazionali ma, soprattutto, di emozionare, attraverso la narrazione dell’ingegnosa fuga di un gruppo di ebrei dagli aggressori nazisti. E proprio parlando della forza dei sentimenti Radu Mihaileanu ha ripreso il filo delle sue riflessioni ieri a Roma. “In tanti Paesi europei – ha sottolineato il cineasta nel corso della conferenza stampa – c'è una certa reticenza a manifestare le emozioni. All'inizio della mia carriera mi sono domandato che tipo di atteggiamento adottare, finché non mi sono lasciato andare e ho deciso che non potevo reprimere me stesso. Alcuni definiscono i miei film melodrammatici. Forse è vero, nel senso che comunque sono film che si sentono liberi di esprimere le emozioni. Io credo che la cosa fondamentale sia continuare a ricevere e dare emozioni. Ecco perché la parola emozione è così importante nel mio cinema. Importante al pari dell'umorismo, che è l'unica arma che abbiamo contro le barbarie”.

Tra gli interpreti de Il concerto si segnala Mélanie Laurent, consacrata da Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria, ma sulle operazioni di casting Mihaileanu ha rivelato un retroscena sorprendente: “Volevamo dei nomi di prestigio per l'assegnazione dei tre protagonisti russi, ma durante i provini ognuno diceva: ‘Sono io la più grande star della Russia’. Alla fine avevamo individuato tre attori e ho avuto l'idea di far vedere le loro foto a una decina di signorine che frequentavano il nostro albergo, per accompagnarci in camera a ‘leggerci dei libri’. In base al volere del popolo, rappresentato da queste signorine, sono riuscito a capire che sono veramente delle grandi star”. Aldilà dell’aneddotica, il regista franco-rumeno non ha mancato di soffermarsi su un altro degli elementi di forza del lungometraggio, rappresentato dal valore della musica. “Credo che la musica sia importante nella vita di ognuno. Credo che anche chi non è in grado di suonare alcuno strumento abbia una musica interiore. La musica è una forma espressiva molto pura e libera. Molto più di quanto non lo siano la letteratura, il teatro o il cinema. È il linguaggio più universale che esista, ma oggi ci troviamo nella condizione di non riuscire a far uscire la musica che abbiamo dentro”.

Il confronto sulle linee guida de Il concerto è proseguito accennando ai punti di contatto tra culture differenti. “Nei miei film – ha ribadito Mihaileanu – traggo spesso ispirazione dalla mia vita. In questo c'è l'incontro tra i ‘barbari’ dell'Est e i ricchi dell'Ovest. I ‘barbari’ conservano un'energia vitale quasi primordiale e spirituale, mentre l'Occidente è riuscito a raggiungere la propria ricchezza, ma forse corre il rischio di morire a causa di essa. L'Occidente sembra quasi assopito, incapace di cogliere la sua energia vitale e di metterla in sintonia con quella dell'universo. Senza questa energia è difficile vivere pienamente, poiché essa è proprio il motore stesso dell'esistenza”. E, a proposito di contaminazioni, il regista parlando del suo prossimo ritorno dietro la macchina da presa, ha anticipato: “Il mio progetto futuro è un film sulla condizione delle donne arabe dal titolo La sorgente delle donne. In lingua araba”, ovviamente.

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