
A Roma per presentare State of play, il regista scozzese Kevin Macdonald racconta i retroscena del suo ultimo film e denuncia i giornalisti che non hanno più chiaro il senso e il valore politico e sociale del proprio lavoro.
Dal tubo catodico al grande schermo
"Nel mio film non ci sono riferimenti diretti alla serie televisiva della BBC. State of play e The Girl in the Café condividono l'inizio e la fine, nient'altro. Tutto quello che sta nel mezzo, lo sviluppo della storia, è inedito. Il prodotto originale non aveva un vero tema, tutto girava intorno al personaggio principale. Volevo sfatare la leggenda secondo la quale Hollywood è solita prendere i prodotti europei e svuotarli, così ho provato a portare la serie tv a un livello superiore, impostando il film su due temi specifici: la questione politica (privatizzazione e formazione di un esercito di mercenari) ma soprattutto la crisi del giornalismo. Il mio film è mascherato da thriller ma in fondo è la storia di una passione umana, di un'anima che si è lasciata corrompere da quella stessa passione. Delle questioni affrontate, ho dato più valore alla condizione drammatica in cui versa il giornalismo in America, denunciando le pressioni economiche, mostrando un dinosauro della stampa (il personaggio interpretato da Russell Crowe) alle prese col blog e con un giornalismo che non controlla le proprie fonti, scrive opinioni, non cerca il confronto e si preoccupa soltanto di rendere sensazionali le notizie".
La stesura della sceneggiatura
"La prima sceneggiatura è stata scritta da Matthew Michael Carnahan, che poi ha dovuto abbandonare il progetto a causa di un problema personale. Non ero molto soddisfatto di questa stesura, la ritenevo troppo simile al prodotto originale. Nei due mesi successivi ho cominciato a lavorare con Tony Gilroy. È stata la collaborazione più lunga, interrotta, però, dai suoi impegni lavorativi (le riprese di Duplicity). Io e Tony abbiamo completamente manipolato lo script, trasformando i personaggi, soprattutto i loro rapporti, rendendo la storia più semplice, più agile e adatta al prodotto finale. Le ultime tre settimane, invece, ho lavorato con Billy Ray, autore di altri soggetti sul tema del giornalismo. Questa, insomma, la suddivisione dei ruoli e la distribuzione delle responsabilità . Nella serie tv il reporter protagonista era un uomo innamorato, dall'inizio alla fine, della moglie dell'amico politico. Una relazione d'amore che sbocciava, si consumava e si concludeva in sei ore. Sarebbe stato impossibile concentrarla in due ore, così abbiamo scelto di presentare una storia già vissuta. Da questo antefatto deriva l'inevitabile senso di colpa di Cal McAffrey nei confronti di Stephen Collins, stato d'animo che lo condurrà , per la prima volta nella sua carriera, ad agire trasgredendo le norme dell'etica. Di conseguenza, finirà per voler dimostrare a tutti i costi l'innocenza dell'amico. Anche se egli innocente non è. Un giornalista, invece, dovrebbe sempre attenersi ai fatti e ignorare le proprie emozioni".
La differenza tra un artista e un divo
"Io credo nella fortuna. Sono convinto che bisogna sempre mantenere una certa flessibilità mentale, saper accettare gli imprevisti come fossero occasioni o addirittura doni del cielo. Brad Pitt è stato il mio imprevisto. Aveva espresso già da tempo il desiderio di lavorare con me, ma al momento di concludere qualcosa è andato storto. Adesso, guardando indietro, credo che Brad mi abbia fatto un enorme favore. A lui piaceva molto la prima sceneggiatura, mentre io ero fermamente deciso a fare del mio film qualcosa di profondamente diverso dalla serie inglese. Così alla fine mi ha detto che la nuova sceneggiatura non gli piaceva. Ne abbiamo discusso per giorni ma non c'è stato nulla da fare e, poco tempo prima del primo ciak, ha abbandonato il set, lasciandomi in grande difficoltà . Ciò sottolinea molto bene il potere di cui godono le grandi star a Hollywood. Fortunatamente gli studios erano fortemente intenzionati a produrre il film e, avendo carta bianca sulla scelta dell'attore, a quel punto ho chiamato Russell Crowe. Ritengo che egli sia uno degli artisti più in gamba, forse il più grande di tutti, e questo copione gli si adatta perfettamente. Ha interpretato di tutto, da commedie a film d'azione, credo che sia proprio questo il ruolo perfetto per lui. La differenza tra questi due divi è che per Crowe viene prima il personaggio: lui ha la capacità di entrare nei suoi panni e portalo in vita. La questione si complica con Pitt, perché lui, prima di essere un interprete, è una star hollywoodiana".
Il reporter e il congressman
"Durante il casting ero convinto che Ben Affleck potesse essere l'antagonista perfetto di Crowe perché, come Kennedy, possiede una bellezza telegenica e quell'aria un po' superficiale che siamo soliti ascrivere ai nostri politici. Era perfetto e pazienza se Hollywood pare averlo dimenticato. Sulla carta avevo due personaggi antitetici e volevo che lo fossero anche fisicamente. Affleck nel film è sempre impeccabile, un modello di precisione e misura. Mentre Crowe, al contrario, doveva sembrare sciatto, consumato, sformato. Desideravo che lo spettatore comprendesse subito quanto le loro vite e le loro storie personali, condivise all'università , a un certo punto della vita si fossero separate, procedendo in direzioni opposte".

Parole sante.Se Pitt scendesse dal piedistallo....Comunque ci?mostra cosa vuol dire essere un grande attore,un attore con la a maiuscola:?ussell Crowe lo ?

Regia: John Allardice
Con: Mickey Rourke, Daniel Cosgrove, Tamara Davies



























